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Gioacchino Di Bella

Sono là sulla cima degli alberi

Spesso, dovrei abbandonarmi ad un pianto di luce 
che possa inondare le vie del mio tempo,
al pari della pioggia di maggio che benedice gli ulivi,
ma tengo nel chiuso di me ogni angoscia,
sono come un vecchio soldato alla guerra,
un fragile colosso di pietra onnipotente
che verrà giù alla puntuale scossa del sisma. 
Talvolta, sono là, sulle cime degli alberi
che beccheggiano eroici sotto la sferza
dei venti che risalgono laggiù dal mare,
converso pacato in compagnia del genio del luogo,
pasteggiando lo sbuffo sdegnato degli elementi.
E quando sarò sommerso di oscura nuvolaglia, 
sarò al mio posto senza indietreggiare,
invece sarà mia cura carezzare gli aghi dei muti pini,
constatare che la vita è un sogno reale,
poi fare due passi nell'agro dove vissi 
la mia breve infanzia dal volto maturo,
abbracciare chi, con abiti sacri al cuore,
discende piano nei pensieri notturni,
mi guarda con occhi che sono i miei,  
mi offre un rametto di mandorlo in fiore
e ti dice che l'augurio è di non cambiare mai
la fede che affido al senso della poesia,
un'onda di logica che muterà il mondo. 

 

​

Critica in semiotica estetica della Poesia “Sono là sulla cima degli alberi” di Gioacchino Di Bella

 

Si apre la solida coscienza della parola del Di Bella al luogo dell’indistinzione elementare di sé alla natura, al luogo intimo e ineffabile della rêverie del sentimento e della continuità essente alla provenienza, che affida alla destinazione e alla rinascita di ogni forma al senso che resta.

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